Omelia del Card. Betori per l‘apertura dell‘Anno della Fede nella nostra Diocesi

La domanda che l’uomo del vangelo pone a Gesù stenta a farsi presente sulle labbra e nel cuore dell’uomo contemporaneo. Non che manchi l’anelito a una vita piena; al contrario. Ma essa non si pone nell’orizzonte dell’eterno, limitando invece il proprio sguardo all’oggi, pretendendo di avere tutto subito, nel momento che fugge. Soprattutto, la domanda circa la vita e la sua pienezza è separata, nella coscienza dell’umanità dei nostri tempi, da quella nozione di bene che, nella richiesta di colui che si pone in ginocchio davanti a Gesù, assume una connotazione personale, nel momento in cui egli riconosce in Gesù un «Maestro buono» (Mc 10,17). Tra i drammi del nostro tempo c’è infatti la perdita del concetto stesso di bene, il venir meno della distinzione tra bene e male, e, ancor più, la dissoluzione del legame tra il bene e la pienezza della vita, lasciando l’illusione che si possa vivere la vita senza riempirla di bene e che, addirittura, la ricerca del bene possa essere un ostacolo al raggiungimento della felicità dell’esistenza, limitando in vari modi la libertà.

 

È su questa condizione ambigua della mente e del cuore dell’uomo che si apre la questione della fede, come apertura alla parola e alla persona di Gesù, in cui la fede riconosce la risposta vera delle nostre aspettative umane. Sull’invito di Gesù a seguirlo si consuma infatti il dramma dell’uomo del vangelo, incapace di staccarsi dalle proprie sicurezze per consegnarsi al Maestro, che pur ha riconosciuto «buono», ma che non riesce ad accogliere come una presenza viva e capace di orientare il proprio cammino. L’ostacolo che gli impedisce la scelta sono i «molti beni» (Mc 10.22), il che dà modo a Gesù di sviluppare un insegnamento sul rapporto con le ricchezze che sconcerta i discepoli per la sua radicalità, ma svela, alla fine, che proprio nella decisione estrema di abbandonare tutto per seguire il Maestro l’uomo si apre a una pienezza assoluta di vita nel tempo e nell’eternità: «cento volte tanto… e la vita eterna» (Mc 10,30).

 

Sulla fede, come consegna fiduciosa della nostra vita a Cristo e come riconoscimento in lui del volto del Padre, il solo «buono» – «Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10,18) –, quel Dio che nel Figlio mostra tutto il suo volto buono agli uomini e quindi chiede di essere riconosciuto nella fede come il solo fondamento buono della nostra esistenza e del mondo, su questa fede siamo chiamati dal Santo Padre a vivere un anno di particolare impegno, per noi stesi e per la testimonianza che come Chiesa dobbiamo al Vangelo di Cristo.

 

Quale sia l’intento di questo Anno è stato chiarito dal Papa nella lettera apostolica con cui lo ha indetto: «L’Anno della fede […] è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo. […] Dovrà intensificarsi la riflessione sulla fede per aiutare tutti i credenti in Cristo a rendere più consapevole ed a rinvigorire la loro adesione al Vangelo, soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che l’umanità sta vivendo. […] Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un’occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia, che è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua energia” (Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, 10). Nel contempo, auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità» (Benedetto XVI, Porta fidei, 6, 8, 9).

 

Altre parole decisive sono state pronunciate dal Santo Padre nell’omelia della Messa di apertura dell’Anno della fede: «In questo decennio è avanzata una “desertificazione” spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. È il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita» (Benedetto XVI, Omelia alla Messa per l’apertura dell’Anno della fede, 11 ottobre 2012). Lo sguardo disincantato del Papa di fronte al presente non è però uno sguardo privo di speranza. Al contrario, egli legge nelle stesse contraddizioni dell’uomo contemporaneo, nel suo vuoto, un’attesa, che la testimonianza del Vangelo è chiamata a colmare: l’annuncio di un bene che è il senso ultimo per la vita, l’annuncio di Dio. Per questo il Papa ci chiede di essere uomini e donne che, nel deserto del mondo, con la nostra vita, indicano a tutti la Terra promessa. Ha concluso il Papa: «Ecco allora come possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: […] il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica» (Benedetto XVI, Omelia alla Messa per l’apertura dell’Anno della fede, 11 ottobre 2012).

 

I documenti del Concilio e il Catechismo che ne è un compendio articolato ci vengono offerti come sorgenti limpide da cui attingere in questo anno per la nostra vita spirituale, per l’azione pastorale, per l’opera di evangelizzazione. La nostra diocesi ha intessuto questo Anno di una serie di proposte di approfondimento, che pongono al loro centro la riscoperta del Concilio e del Catechismo. Sentiamoci impegnati ad accogliere queste proposte per corrispondere alle attese del nostro cuore e di quello dei nostri contemporanei. Grazie alla riscoperta della fede, la Parola di Dio potrà tornare a essere tra noi quella presenza «viva», «efficace» e «tagliente», capace di penetrare e di discernere di cui ci ha parlato la lettera agli Ebrei (Eb 4,12). Alla sua luce risplende la nostra verità, quella di cui abbiamo bisogno per conoscere ciò che è bene per noi.

 

Da ultimo una parola a quanti oggi tra noi sono venuti a porre nelle mani del vescovo la loro disponibilità a farsi corresponsabili nelle comunità, nei diversi servizi di cui esse hanno bisogno: nell’annunzio della Parola, nei percorsi della catechesi, nell’animazione della liturgia, nel servizio della carità, nella promozione della testimonianza cristiana nei diversi ambiti della vita sociale.

 

Accogliete anzitutto il grazie che la Chiesa fiorentina vi esprime tramite le mie parole, un grazie convinto, perché per vostro tramite essa si edifica secondo la varietà di molteplici doni e riesce a farsi presente nelle varie età e condizioni della vita umana. Si configura così una Chiesa in cui c’è più comunione, più ministerialità, più missione e tutti si edificano edificando l’unico corpo di Cristo, «fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).

 

Voglio però anche esortarvi a vivere voi per primi questo Anno della fede come occasione per dare un radicamento autentico al vostro servizio, un radicamento appunto nella fede, che aiuta ad andare ben al di là di un semplice slancio di generosità, purifica le intenzioni, illumina i passi da compiere, sostiene nel cammino. Vi sollecito in particolare ad approfondire il vostro rapporto personale con Cristo, mediante l’ascolto della Parola, la frequentazione dei sacramenti, in specie dell’Eucaristia e della Penitenza, l’apertura alla comunione, la dedizione nella carità. È Cristo infatti la «sapienza», «gemma incalcolabile» di cui ci ha parlato la prima lettura (Sap 7,9). Lui è da amare al di sopra di tutto, per trovare tutto in lui e lasciarsi illuminare dal suo «splendore che… non tramonta» (Sap 7,10).

 
Giuseppe card. Betori

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